I Vangeli ci parlano di
innumerevoli persone che incontrano Gesù, che in qualche modo entrano in
contatto con Lui: si parla di folle. Spesso, però, emergono persone che vengono
identificate con volto e nome, a volte anche paternità e luogo di provenienza. Tra tanti, alcuni sono indicati come
discepoli. Tra questi, uno è indicato come il
discepolo che Gesù amava e che
possiamo forse individuare nell’autore del quarto vangelo: Giovanni.
C’è
un altro che, proprio nel vangelo di Giovanni, viene indicato come l’amico di Gesù: si tratta di Lazzaro di
Betania, che aveva due sorelle, Marta e Maria.
Di
loro si dice: «Gesù voleva molto bene a
Marta, a sua sorella e a Lazzaro» (Gv. 11,5)
I
Vangeli di Luca e di Giovanni ci danno notizie di tre circostanze in cui Gesù
viene ricevuto da questa famiglia di Betania. Ogni racconto ci permette di
contemplare incontri intensi, carichi di significati, di avvenimenti, di
insegnamenti. Da questi tre fratelli Gesù è accolto con gioia, con generosità,
con amicizia, con fede, con amore; nella loro casa, egli è veramente il Signore
e il Maestro, il Cristo, il Figlio di Dio, l’Amico.
Betania, dunque, non
indica per noi unicamente un paese a est di Gerusalemme. Betania è per noi un’icona.
Icona indica un’immagine carica di
significati e di simboli, un’immagine a cui fare riferimento, con la quale
entrare in contatto, in dialogo, perché in qualche modo è viva, ci parla,
suscita venerazione e provoca alla conversione.
Prendiamo
in considerazione qualche aspetto di quest’icona,
che illumini la nostra vita di cristiani, cioè di discepoli del Signore Gesù,
di membri della Compagnia Missionaria del S. Cuore, che desiderano crescere
nell’amicizia con Lui e diventare, in qualche modo, lo strumento attraverso cui
altri possano entrare in questa amicizia che colma di vita vera.
A Betania, incontriamo una famiglia
di fratelli; stranamente, non si tratta di una famiglia composta da moglie,
marito, figli, ma di fratelli.
Gesù, nella loro casa, è al centro
dell’attenzione; è colui che è atteso e accolto con gioia e con amore; è colui
per il quale si prepara un banchetto, chiamando altri invitati. Soprattutto in Gv 12, 1-8 viene presentata una grande festa, perché in quella famiglia la vita
è stata trasformata dalla risurrezione di Lazzaro. Sembra un banchetto di
nozze: anche le nozze sono un avvenimento che trasforma la vita.
La cena organizzata a Betania
precede immediatamente il racconto dell’ultima cena.
L’Eucaristia, la cena di Gesù a cui
noi partecipiamo, è un banchetto di nozze, dove la comunità cristiana è la
sposa e Gesù è lo sposo. La comunità cristiana-sposa di Gesù è composta di
figli di Dio, resi tali dal Battesimo: una famiglia di fratelli e sorelle, che
accolgono Gesù, lo ascoltano, lo amano, credono in lui, gioiscono per la sua
presenza e il suo amore che danno vita.
Nella casa di Marta Maria e
Lazzaro, Gesù è lo sposo di una comunità di fratelli, che vuole condividere con
altri la grande ricchezza che egli dona.
Guardiamo
a questa famiglia di Betania con simpatia e forse con un po’ di… invidia: Gesù veniva volentieri nella casa di Marta,
Maria e Lazzaro; loro lo accoglievano con amicizia affettuosa; ci pare di
capire che Egli era sempre atteso, desiderato; qualche volta lo hanno mandato a
chiamare.
Un
giorno in cui Gesù era lontano, perché perseguitato in Giudea, Marta e Maria
gli mandarono un doloroso messaggio: «Il tuo amico è malato». Stranamente, Gesù
non si affrettò e quando venne a
Betania, Lazzaro era già nella tomba da quattro giorni! (Gv 11, 1-44)
Ci sorprende molto questo
comportamento di Gesù; ma erano amici o no? Le due sorelle avevano avuto
speranza proprio in questa amicizia: «Il tuo amico è malato»! E siccome
l’amicizia si riconosce dalla sincerità, Marta glielo dice chiaro, quando arriva:
«Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». Gesù incassa il
rimprovero – che poi gli sarà ripetuto anche da Maria - … e chiede a Marta
un’amicizia ancora più profonda, ancora più sincera, più incondizionata.
«Io
sono la risurrezione e la vita; chi vive e crede in me non morirà. Credi
questo?»
Che
domanda straordinaria Gesù rivolge a questa donna, nell’ora di un dolore tanto
grande! E come ci appare straordinaria questa donna che, di fronte a quella
morte che nega ogni speranza e smentisce ogni fiducia, riesce a professare una
fede invincibile:
«Io credo
fermamente che tu sei il Cristo il Figlio di Dio
che viene nel mondo»
In
tutto il tempo di Avvento, nelle varie preghiere e celebrazioni, sentiamo
parlare di Gesù, il Messia, il Salvatore, come di Colui che deve venire, Colui che viene. Proprio in riferimento
a Betania, nei Vangeli di Luca e di Giovanni, si parla di Gesù che viene, e Marta, nella sua professione di
fede, dichiara che Gesù è il Figlio di Dio che viene.
Da
quando si è fatto carne nel seno di Maria, Egli è Colui che viene. È uscito dalla casa di suo Padre – possiamo dire
che stava da Dio! – non per andare in
qualche posto, ma per venire: questo
significa che il luogo dove noi siamo è la sua meta. Dunque chiede di essere
atteso e accolto, con gioia, come a Betania. Chiede di essere atteso e accolto,
anche quando pare che venga in
ritardo. Egli viene, per sempre viene. Perciò celebriamo ogni anno
Natale. Ma ogni giorno Egli viene.
Nella nostra vita.
È
Colui che era, che è e che viene. Non
è un Dio immobile. E dunque non ha bisogno di discepoli immobili. Compagnia
Missionaria significa “persone che condividono la vita (letteralmente il pane) e sono inviate”. E anche quando
il corpo non può andare e venire, il cuore e la mente non possono fermarsi.
Quante
volte, in situazioni problematiche, in momenti di difficoltà o di sofferenza,
sentiamo qualcuno chiedersi – e forse anche noi ce lo chiediamo -: “Dov’è Dio?”.
Forse
semplicemente guardandoci attorno o riflettendo sulla nostra fede – e quando
proclamiamo il Credo nella celebrazione eucaristia -, ci chiediamo: “Ma dov’è?
Davvero pensa a noi? È interessato a noi?”.
Quando
Gesù di Nazaret entrava nella casa di Marta, a Betania, lei, sua sorella e suo
fratello credevano di accogliere in casa il “Figlio
di Dio che viene nel mondo”. Egli stesso, nell’ultima sera con i suoi
discepoli, dirà a Filippo: “Chi ha visto me, ha visto il Padre, Dio”. Nel suo
volto, nei suoi gesti, nelle sue parole possiamo vedere e ascoltare Dio e il
suo amore.
Ancora
a Natale celebriamo la festa di Dio che
viene ad abitare in mezzo a noi. Dal giorno in cui il suo amore lo ha
condotto a chiedere a una fanciulla di Nazaret, Maria, fidanzata di Giuseppe,
di offrirgli un corpo, di essergli madre, dal giorno in cui ha chiesto a
Giuseppe di accoglierlo nella sua casa, di fargli da padre, il Figlio di Dio,
uguale al Padre, è diventato uno di noi,
Dio con noi, Dio per noi. Solo perché ci ama e ci chiede di somigliargli.
Da
allora, dove sono un uomo, una donna, un bambino, povero o ricco, felice o
sofferente, debole o potente, importante o sconosciuto, là Egli è. Oggi, in
mezzo a noi, dentro la nostra famiglia, dentro tutte le situazioni della nostra
vita, là dove c’è guerra e dove si lavora per la pace, dove c’è ingiustizia e
sopruso e persecuzione, dove c’è accoglienza e solidarietà, dove l’umanità
crede e dove lo ha dimenticato, là Egli abita, vive, gioisce e soffre; là Egli
dona solo amore; chiede solo amore. Per questo viene come povero: un Bambino è
assolutamente povero, bisognoso di tutto, suscita tenerezza e amore; venendo
come Bambino ci converte all’amore.
Questo
Bambino, debole, povero, è il segno che Dio è con noi: Egli è Dio potente, è
Principe della Pace, oggi, per noi, per
il mondo. Chiede ospitalità nella nostra carne umana, come la chiese a
Maria.
Oggi, per il
mondo, può essere Natale, attraverso di noi.
Nell’Eucaristia
Egli viene ancora nella debolezza del Pane, Dio con noi.
Tutto il
dolore del mondo ha bisogno solo di Lui.
E della
nostra casa della Compagnia Missionaria, se è una Betania.