Compagnia Missionaria del Sacro Cuore
La COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE è un istituto secolare, che ha la sede centrale a Bologna, ma è diffusa in varie regioni d'Italia, in Portogallo, in Mozambico, in Guinea Bissau, in Cile, in Argentina, in Indonesia.
News
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09 / 08 / 2024
Agosto 2024
Edvige Terenghi, amministratrice centrale, visita i gruppi in Mozambico....

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09 / 08 / 2024
Agosto de 2024
Edvige Terenghi, administradora central, visita os grupos em Moçambique....

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09 / 08 / 2024
Agosto de 2024
Edvige Terenghi, administradora central, visita los grupos en Mozambique...

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09 / 08 / 2024
19 ottobre 2024
Assemblea italiana, in presenza, a Bologna, e in collegamento online...

racconto di una conversione
Festività dell’EPIFANIAScrivo perché, mentre leggevo
un saggio sui profeti di Israele, riflettendo su me stessa mi sono accorta che
la memoria della mia vita spirituale si sta rarefacendo. Da qui il bisogno di
fissare un’esperienza che, credo, valga non per me sola, ma come dono di Dio
per tutti gli uomini e donne assetati di Bene. Cagliari
1964 Buon Compleanno!A te,
Bambina mia, affinché ti sia di guida e aiuto per vivere santamente. MamminaA Maria
Grazia per il suo dodicesimo anno. È la dedica sul libricino,
sopravvissuto ai miei tanti traslochi e che conservo accanto al mio letto,
«TUTTO PER GESU’», libricino che mia mamma mi aveva spedito per i mie dodici
anni quando ero in Collegio a Savona, come aspirante presso le Suore di Santa
Maria Giuseppa Rossello. L’iniziazione
al mistero di CristoL’iniziazione cristiana nella
mia vita è iniziata nel cuore di mia
madre, confermata nella scelta del nome: Maria Grazia, perché aveva voluto
consacrarmi alla Madonna delle Grazie in Bologna. Rileggendo da adulta, anziana
meglio, i racconti che mia mamma mi ha fatto, capisco di condividere uno
speciale privilegio: come Samuele, come il Battista, come… (le bibliste
completino l’elenco), come Geremia, “consacrata
a Dio nel grembo materno”. Vocazione all’amore che mia madre “si è portata nel grembo finché Dio non si è
piegato sulle sue pregherie”.Sopra il letto dei mie genitori
c’era un quadro in rilievo col Sacro Cuore, e un Crocifisso. Le mie prime
immagini sacre che hanno nutrito la mia fede “affettiva”. Non ho mai visto in quelle immagini, come oggi alcuni
dicono, il segno sanguinario di una religione crudele. Era il “mio Gesù”: nella manina del Sacro Cuore
mia mamma mi faceva trovare al mattino una ciambella di pastafrolla, ma le mie
preferenze, soprattutto quando potevo stare nel letto dei miei genitori perché
avevo la febbre, non erano per l’immagine consolatoria e generosa del Sacro
Cuore, quanto per il piccolo crocifisso di metallo che mi teneva compagnia.
Cosa che neppure i soldati hanno fatto, sono riuscita a spezzare le ginocchia
al povero Gesù crocifisso, rimasto nella casa paterna con quelle sue gambe
ballerine, che bisognava sempre mettere a posto, e che io da bambina avevo
rotto. Ma quello è stato “il primo amore
per Gesù”. Poveretto! Dovevo essere molto piccola,
sono immagini legate ai miei primi ricordi: Gesù e il mal d’orecchie!Questo affetto mi portava a
essere molto preoccupata per la salute di Gesù, e quando mia mamma mi
accompagnava a visitarlo nell’immagine della deposizione (dovevano essere i
famosi sepolcri quaresimali), volevo
lasciare le mie scarpette rosse al povero Gesù, tutto nudo e al freddo.I primi anni della mia infanzia
sono trascorsi in questa vicinanza col mistero di Cristo. Le lezioni di
catechismo, fatte prima privatamente, perché mia mamma voleva essere sicura su
ciò che mi avrebbero insegnato, e poi in parrocchia in preparazione alla Prima Comunione. Forse ho un intelletto
scarso, ma l’insegnamento che ci davano, sul catechismo da studiare a memoria, era per me uno stimolo
profondissimo a cercare l’infinito:
la mia vita aveva un significato, ci insegnavano, conoscere, amare e servire Dio! Sì, le mie prime domande
sull’esistenza, sull’essere dell’uomo e sull’essere di Dio, nascevano in quella
testolina di sei anni, liberavano il mio pensiero in spazi e tempi infiniti. La nostra testa è proprio strana. Per alcuni
quegli anni sono stati vissuti come l’oscurantismo del pensiero. Per me sono
stati l’aprirsi del pensiero!Una fede da bambina, ma forte,
viva, vitale nell’ascolto della messa domenicale, nutrita dell’eucaristia, con
lo sguardo all’esempio dei Santi, San Domenico e Santa Caterina da Siena.
Diventare santa, come loro, è il
desiderio che nasceva partecipando al gruppo dei Rosarianti nella Chiesa di San Domenico a Cagliari.Non certo l’unico desiderio,
iniziava la pubertà e l’adolescenza: insieme ai desideri di santità c’era posto
per i cantanti, per le vanità, le ambizioni, il desiderio di studio e il “ballo del mattone” (una canzone di Rita
Pavone, idolo delle ragazzine degli anni ’60).
Il “primo battito del cuore: sono fritta”Il 1964, l’anno in cui mia
mamma mi ha regalato il libricino «TUTTO PER GESU’», l’ho trascorso a Savona in
collegio. Non era una scelta vocazionale, mia mamma voleva per me una profonda
educazione cristiana, qualsiasi fosse stata la mia scelta, ma anche darmi una
possibilità di studiare, infatti i miei non avevano i mezzi per farmi fare le
scuole superiori. Avevamo una vita di piccole
suorine: messa quotidiana, preghiera a pranzo e a cena, pranzi e cene in
silenzio nell’ascolto delle letture sacre (di cui non ricordo un bel niente, se
non un racconto ambientato in Africa e dai colori romanzeschi), preghiere
serali, silenzio allo spegnersi della luce, e insieme gli impegni di un’alunna
di seconda media.Eppure di quell’anno
(conclusosi a maggio perché non avevo la vocazione) mi sono rimasti incisi
profondamente due momenti:
L’immagine di una suora,
piccola, piegata, con le grandi ceste di roba da lavare. Forse era la
responsabile della lavanderia, ma per me era la suora: semplice, radiosa, umile.
La cerimonia della “prima professione”: noi ragazzine
assistevamo dal coro della
Chiesa; dall’alto vedevo queste sposine
accostarsi all’altare. Lì, per la prima volta, ho sentito il colpo al cuore dell’innamoramento!
Inutile dire che non era la mia
vocazione, ho cominciato a diventare insofferente della disciplina, a voler
affermare la mia personalità. «Se resto qui, mi faccio suora. Sono “fritta”».
Un mese dopo ero nuovamente a casa dai miei.
Le
domande esistenziali senza rispostaSono iniziati gli anni degli
interrogativi, senza risposta. Non coi Focolarini,
non nelle Eucarestie della domenica, non nelle questioni poste ai confessori.Nessuno mi aveva mai parlato
della dottrina sociale della Chiesa, né del Concilio Vaticano II, anche se
avevo assistito ai primi cambiamenti, dalla messa in latino alla messa con le
chitarre. Non mi bastava più sentirmi
ripetere che la fede viene messa alla prova, che è la croce, che il Signore si
siede a tavola con noi quando ti capitano le disgrazie più terribili. Un
mistero della croce senza la luce della Risurrezione, senza l’intelligenza e
l’amore per l’uomo (fatto per i beni
ultimi, cioè senza pene). Pover uomo che, davanti alle ingiustizie, non
doveva preoccuparsi dei beni penultimi, ma si doveva rallegrare come partecipe
della croce di Cristo.Il mio povero Gesù dalle gambe spezzate era relegato ormai
alla mia infanzia. In questi interrogativi di “senso” sono approdata alla contestazione sessantottina.Né esauriva la mia tensione la vita politica dei giovani
contestatori, di cui coglievo l’incoerenza, pur condividendo il bisogno di una vita di giustizia. Ho iniziato a
occuparmi delle religioni orientali, delle pratiche dell’Hatha Yoga, di
tecniche di meditazione. Pensavo, non può il mio cervellino accogliere l’infinito,
devo rovesciarmi, essere accolta dall’infinito: così potrò percepirlo, quando
tange i miei confini. Poi mi soccorreva la memoria del salmo: Vedete e gustate quanto è buono il Signore;
il Signore si fa trovare da chi lo cerca con cuore sincero. “Vedere”,
“gustare”: sono verbi che rimandano ai nostri sensi: non vuol dire chiudere Dio
nel mio cervellino, ma la possibilità di assaggiare
la sua presenza. Se lo cerco con sincerità si fa trovare. Era la risposta ai miei
interrogativi: ore di sedute in posizione del loto per incontrare il divino.
Per fortuna abbiamo l’illuminazione elettrica. A me non è capitata la fortuna
del Budda!E proprio in quegli anni,
quando cercavo lontano ciò che mi era vicino, ero svegliata la notte da un
sogno ricorrente: la Chiesa dei miei dodici anni. Ho combattuto con tutte le
mie forze questi richiami. Era stato l’indottrinamento ricevuto da piccola. Era
l’oppio dei popoli. «Prega, Maria Grazia, Prega!». Nel sonno una voce mi sollecitava, e
mi dicevo «Chi prego? Io non credo in niente». E sempre nel sonno, ma in un
sonno vigile, una voce rispondeva forte «Osanna
al Signore, re degli eserciti», mentre il mio essere si metteva in ginocchio.Ricordo quel
sonno/sogno/visione come momento della mia conversione,
misteriosa, profonda. Si imponeva come un imperativo nella mia vita. Era quella
la strada.A vent’anni ho incontrato Santa
Teresa D’Avila e San Giovanni della Croce. Ho bevuto le loro biografie e le
loro opere cui sono continuamente tornata: mi rivelavano ciò che cercavo
assetata.
Il
ritorno nel grembo della ChiesaNelle letture di Santa Teresa e
di S. Giovanni della Croce maturava la mia sete di eucaristia, il bisogno di essere Chiesa. Ma come, la Chiesa colpevole di persecuzioni, corruzioni,
avarizia. La mia testa non riusciva a conciliare. Fede e Chiesa? Ma no, non
devono necessariamente andare insieme. La sete dell’Eucaristia si faceva esigenza prepotente
nella mia vita di giovane donna, ora incinta di quattro mesi. A
Torrazzetta, nel pavese, seguo un corso di meditazione buddista nella casa per
ritiri “Oasi Mistica”. Ci accoglievano due Suore Francescane di Clausura, Sr.
Mariangela e Sr. Ancilla, che in quegli anni del dopo concilio si aprivano ad
esperienze di accoglienza fuori dalle mura del convento. Seguivo in modo ligio tutti i
dettami per le meditazioni: il Signore si
fa trovare da chi lo cerca con cuore sincero, ero lì per quello, cercare il Signore.Mi ero accorta che gli esercizi
di meditazione mi riuscivano più
facilmente in cappella, lì il cuore si raccoglieva in silenzio senza fatica.ETERNA E’ LA SUA MISERICORDIAETERNA E’ LA SUA MISERICORDIAETERNA E’ LA SUA MISERICORDIAETERNA E’ LA SUA MISERICORDIALe suore avevano iniziato la
preghiera della liturgia, il versetto del salmo penetrava nel cuore e lacrime
scioglievano la mia durezza…Lì ho scelto Cristo e la
Chiesa!Nel ’90, a 38 anni, Gesù, che
già si era manifestato nella mia infanzia e nella mia prima adolescenza, non
tenendo conto del rifiuto, mi ha ancora chiamato a sé, gettandosi alle spalle
tutto il mio passato.E io ho detto SI’, per sempre!

chi abbraccia la fede...
Chi abbraccia la fede, non
cammina da sola.(Cf:Mt. 14,22-33). Aver fiducia in Gesù è la nostra maggior
ricchezza. Lui è il segno per eccellenza dell’amore di Padre. Legate a lui,
incontreremo mezzi capaci di trasformare il nostro carisma e la nostra
spiritualità CM nella realtà concreta al servizio della chiesa e dei fratelli.
Questa citazione mi aiuta a capire che la nostra testimonianza di vita come
missionarie CM non ha frontiere.Gesù ci chiama a espletare un
determinato servizio e assumere liberamente una missione! Chi dice “si” alla
sua chiamata si impegna a spendere la vita perché gli altri abbiano più vita!
E’ importante scoprire quale è il nostro impegno come CM, nella società! La
vocazione ci orienta al servizio, a essere costruttori di un regno di giustizia
e di pace: nella famiglia, nella comunità e nella società, in generale.Come missionaria Mozambicana,
residente a Nampula ho avuto l’opportunità di ravvivare la mia fede e vocazione
conoscendo un po’ di più le origini della CM, in Italia. La mia permanenza è
stata di quasi due mesi, dal 6 Dicembre ‘18 al 29 Gennaio del 2019. E’ stato un
tempo molto fecondo, infatti ho potuto conoscere le radici della CM. L’impegno
missionario nelle comunità di Bologna, Monguelfo, e Napoli. Questa volta non mi
è stato possibile visitare la comunità di Brugherio. La certezza che Gesù non si allontana mai da
noi, ci incoraggia nella Missione, ci toglie dalla riva e ci fa avanzare per
una donazione totale al servizio le une delle altre, nonostante i
condizionamenti dovuti alla salute e alla età. Sono
rimasta abbastanza colpita dal lavoro portato avanti a Monguelfo da parte di
Fiora, Cecilia e di tutta la sua Equipe di collaboratori. Mi è piaciuta
l’esperienza vissuta più da vicino, è una realtà che esige fede, disponibilità
e molto amore al servizio. Ho avuto
l’opportunità di passare lì il Natale e il fine anno. La casa era piena di
famiglie, giovani e bambini di tutte le parti del mondo, con diversità di
cultura, ma tutti si sentivano bene, si vedeva sul viso delle persone la gioia
di stare in un luogo di riposo e di festa, dove si sentivano ben accolte. Lì ho
capito che la gioia e la felicità degli altri ci riempiono di grande valore e
stima in quello che Dio opera in noi, a servizio degli altri, però esige da noi
molta semplicità, apertura, umiltà e molto esercizio di ascolto perché Dio
operi in tutto e in tutti. Come una missione profetica che Lui affida a
ciascuna delle missionarie della CM; in luogo si incontrino.L’esperienza vissuta più da
vicino, in Bologna, mi ha commossa vedere quanto passano rapidamente le nostre
forze e la salute, E’ una comunità nella quale la maggior parte delle
missionarie ha un’età avanzata e alcune hanno molto bisogno dell’aiuto delle
altre. Come dice la sacra scrittura accoglietevi
gli uni gli altri con amore fraterno. Ho scoperto un tesoro grande
nella comunità di Sant’Antonio Abate –Napoli.Mi sembrava una comunità molto
piccola formata da appena due persone: Lucia Capriotti e Luisa Chierici, ma in
fondo esiste una grande ricchezza che è il gruppo delle missionarie che vivono
in famiglia, dei familiares e degli amici della CM. Ho avuto l’opportunità
d’incontrare anche Marinella Martucci che è la responsabile del gruppo misto,
missionarie di vita fraterna e missionarie di vita in famiglia. E’ un gruppo
ben formato e solido. Tutti lavorano e condividono per la formazione della personalità
umana e cristiana. Ho apprezzato molto
il gesto di accoglienza e con fraternizzazione che hanno fatto per me. E’ una
comunità con un forte senso di coinvolgimento pastorale: la condivisione della
Parola di Dio nei vari gruppi a livello parrocchiale ed extra, nella catechesi
e nella comunione fraterna con tutti coloro che le circonda.
Congratulazioni Lucia e Luisa perché
avete una buona capacità di accogliere tutto il gruppo CM di Napoli. L’esperienza che ho vissuto
durante la mia permanenza in Italia, mi chiama ad una disponibilità e donazione
a Dio, al servizio dei fratelli, che deve essere con una fede viva e sicura,
con radici profonde per poter vivere bene la vocazione e la missione, infatti
la risposta alla chiamata è un esercizio di fede e di amore.Ringrazio il Signore per il
dono della vita e della vocazione nella CM e gli chiedo che aiuti ognuna di noi
a vivere con amore e fede la missione che lui stesso ci affidato nei diversi
punti dove ci troviamo. Per finire preghiamo per le
vocazioni per la CM.“Signore della Messe, Pastore del Gregge, fa risuonare nelle
nostre orecchie il tuo forte e soave invito:” Vieni e seguimi!” Effondi su di
noi il Tuo Spirito, perché ci dia sapienza per vedere la strada e generosità
per seguire la tua voce! Signore che la messe non si perda per mancanza di
Operai! Risveglia le nostre comunità alla Missione. Insegna la nostra vita a
essere servizio! Fortifica coloro che vogliono dedicarsi al Regno nella vita
consacrata(…)Signore della Messe e Pastore del Gregge, chiamaci a servire il
tuo popolo. Maria, Madre della Chiesa, modello dei servitori del Vangelo,
aiutaci a rispondere: “SI” – Amen.”(Cf. Preghiera dell’anno per le vocazioni)

la cm nel mondo
Ciao Santina, io sto bene. Sono contenta del mio
lavoro, degli amici che vivono con me in questa nuova casa,
della responsabilità che mi hanno affidato (tipo di pensionato di cui ho
gestione e coordinamento). Al
momento siamo 9 persone: molte contente di stare insieme, raccontarci le nostre storie, condividere tutto e anche poter pregare insieme…Anche la mia famiglia è in buone condizioni di salute,solo papà ha problemi di pressione alta e quindi
deve stare controllato e riposare molto. Papà ha già 74 anni. Per favore prega perché stia bene.Santina
grazie per la tua attenzione e preghiera per mio nipote: si chiama Valentino. Lui sta bene, ha fatto il test per entrare nel seminario. Dobbiamo accompagnarlo con la nostra
preghiera anche per lo studio che dovrà continuare; la notizia verrà data il
prossimo mese di marzo. Qui a Palembang stiamo tutte bene. Come sai
Antonia, Ludovika ed io ci incontriamo ogni mese per il ritiro e per stare insieme. Antonia e Ludovika stanno
bene, impegnate con il lavoro e varie attività. Grazie per le
notizie che ci hai dato delle sorelle di Bologna . Preghiamo per tutte voi... Ricordo Lisetta, i momenti che ho passato con
lei quando ero in Italia…mi diceva sempre “non vuoi fermati con noi un po’ di
più…” hehehe! Spero stia sempre meglio di salute. Giannina come stai?? Come va la tua
salute? Voglio imparare ancora a preparare gli spaghetti alla carbonara!!!Ti rivedo a Bologna seduta in sala pranzo, mentre leggevi e raccontavi le tue
esperienze. E dicevi che con gli altri bisogna sempre, sempre imparare ad essere pazienti nell’ascolto. Sono contenta che stai abbastanza bene. Cesarina l’ho sempre nel mio cuore... ciao Cesarina, mi ricordo sempre di te
nelle mie preghiere. Grazie mille Cesarina della tua testimonianza, del tuo voler bene alla CM
indonesiana. Edvige, anche per te la mia preghiera, spero che tu sia sempre in
salute…ti ho visto in whatsapp,
nel video dove ti fanno festa per il tuo arrivo in Mozambico! Sei stata accolta con gioia, con canti, regali e le galline...che bello... Edvige quando vieni a visitare l’Indonesia?Santina
non sei vecchia sei ancora giovane, mi manchi in tanti momenti! Prego sempre per te perché il Signore ti faccia
stare bene in salute. Più avanti ti aspettiamo in Indonesia… attendo con ansia la tua venuta…. Grazie. Sì, ti saluterò tutti i tuoi
amici SCJ. Comunicherò anche ad Antonia e Ludovika e alle altre di Jakarta le
notizie che mi hai mandato. Grazie di tutto Santina... Preghiamo
sempre per la comunità CM sparsa nel mondo, specialmente
per chi
nella CM è ammalato o anziano…e preghiamo pure per la nostra prossima
Assemblea. Un abbraccio.
Lucy Ekawati
Palembang Indonesia 18 febbraio 2019

intervista ad agnese
-
Presentati: di dove sei? Come è
composta la tua famiglia? Parlane ampiamente. Qual è la tua cultura, te ne
senti parte, come? Altro? La tua professione? Attualmente come vivi la
situazione di precarietà di tua mamma? Quando riprenderai il lavoro di
Infermiera?
Sono di
Sarcedo (VI). La mia famiglia è composta oltre che da me, da mia Madre di 91
anni, e un fratello di 63, il fratello maggiore pensionato vive in Puglia dove
ha svolto la sua professione nella marina militare e una sorella, religiosa
delle orsoline del S.Cuore di Maria, missionaria in Brasile. Sono la figlia
minore e mi sono sempre preso cura della famiglia fin da quando ho terminato la
scuola dell’obbligo, iniziando così a lavorare in fabbrica nel settore tessile
per quasi 10 anni. La famiglia era povera, lavorava i campi che non rendevano
un guadagno sufficiente. I due fratelli maggiori sono partiti giovanissimi per
seguire la loro strada. Papà è morto 10 anni fa: ho potuto assisterlo fino alla
morte. La mia cultura media sviluppatasi nel corso degli anni insieme al mio
cammino umano, professionale, spirituale, mi ha visto passare dal lavoro in
fabbrica ad entrare come inserviente in una casa di riposo. Successivamente
sono stata inviata a fare i corsi per operatrice di assistenza secondo le leggi
regionali degli anni 80 assumendo una configurazione di livello superiore anche
nel lavoro. Sono stati anni molto stimolanti professionalmente, umanamente e
spiritualmente. In quel periodo ho frequentato anche la scuola serale di
teologia per laici in diocesi: un corso durato 3 anni che mi ha arricchita
ulteriormente ampliando le mie vedute anche sulla storia e sul nostro tempo,
sulla chiesa e sul suo cammino. La possibilità poi di realizzare la mia
aspirazione professionale di infermiera, si realizzò nei primi anni 90 dopo
avere conseguito l’ammissione al terzo anno di scuola superiore frequentata la
sera come studente lavoratrice. Questo era il requisito per accedere alla
scuola infermieri. Anche la famiglia in
quel periodo stava discretamente bene. Così venni a Bologna dove ho vissuto per
tre anni in Via Guidotti nella nostra
sede centrale e dove ho frequentato la scuola infermieri all’ospedale Maggiore.
Finita la scuola sono rientrata in famiglia dove ho ripreso il lavoro e la cura
dei miei. Durante questo tempo vari percorsi formativi mi hanno sempre tenuta
aperta alla realtà locale, nazionale e mondiale. In poche parole alla realtà
globale, con una lettura evangelica trasversale per coglierne appelli e
segni. Dal 2001 svolgo la mia
professione di infermiera all’ospedale di Bassano del Grappa. Per 10 anni ho
lavorato nell’area chirurgica e chirurgica specialistica. Dal febbraio scorso dopo un periodo di
aspettativa per occuparmi dell’assistenza della mamma, sono stata collocata
nell’area pediatrica infantile-nido. Credo sia anche questo periodo lavorativo
un dono della Provvidenza per accogliere il dono della vita dal suo inizio e
contemplare il miracolo continuo della vita che dice al mondo che Dio non si è
ancora stancato dell’uomo. Lavoro e assistenza della mamma occupano quasi la
totalità della mia giornata. Sono supportata anche dall’aiuto di una persona
per la mamma. L’icona del buon samaritano sta guidando e illuminando questi
anni di maggiore carico assistenziale della mamma.
- Da quanto tempo conosci la CM?
Quali aspetti vivi meglio della tua appartenenza alla nostra famiglia? I tuoi
gruppi CM di appartenenza? Quali sono le attività CM che senti più vicine alla
tua sensibilità? Quali aspetti della tua formazione ti hanno aiutata a crescere
come donna? Dove senti che potresti condividere le tue competenze?
Conosco la C.M. da metà anni 80. L’ho conosciuta durante un corso
di esercizi tenuto da una missionaria. Sono entrata poi negli anni 90 e la
prima consacrazione è avvenuta nel ’99. Gli aspetti che mi ritrovo a vivere
nella mia attuale realtà di vita sono la spiritualità centrata sull’amore del
cuore di Cristo che si concretizza nell’oblazione, nella semplicità,
nell’offerta della vita. Ancora, nel vivificare ogni ambiente di vita con i
valori del vangelo. I gruppi di appartenenza sono stati il gruppo di vita in
famiglia di Bologna che per me è stato uno spazio arricchente di pensiero, di
elaborazione e riflessione di contenuti umani e spirituali. Attualmente faccio
parte del gruppo di vita fraterna di Bologna. Le attività che sento più vicine
alla mia sensibilità sono la missione, l’evangelizzazione, la promozione umana,
la lettura e lo sguardo sulle realtà umane dal punto di vista del Vangelo, di
Dio. La formazione è stata importante e lo è tuttora nella mia formazione di
donna. Ma chi mi ha segnato nella mia crescita come donna sono state alcune
figure femminili e maschili. Una religiosa, con cui ho lavorato per 13 anni, mi
ha segnato profondamente come crescita nell’attenzione all’altro, nella concretezza
quotidiana, nella sensibilità femminile, nella promozione umana. Devo molto a
questa suora il cui amore è sempre stato sincero e vero. Da qualche anno è
morta e ora la sento presente nella comunione dei santi. Altre figure sono
stati alcuni sacerdoti che mi hanno aiutata a riconoscere e tirare fuori i
talenti, le risorse, gli aspetti positivi e metterli in moto. Sento che la mia
formazione è stata beneficiata anche da qualche missionaria, in particolare ne
cito una per tutte, Francesca Righi. Sono passati ormai 10 anni dalla sua
morte, ma dentro mi porto la sua attenzione, la sua delicatezza, la ricchezza
dei contenuti che ci offriva, la speranza e lo sguardo positivo che aveva per
ognuna, anche per me.
In questo momento lo spazio per condividere le mie competenze è
ristretto per la complessa realtà familiare che sto vivendo. Sento comunque che
ogni istante della vita è luogo dove incarno l’accoglienza di Gesù e dove cerco
di trasmetterla.
- Fai parte di una comunità
parrocchiale? Come vivi la tua presenza in parrocchia? In Diocesi?
Faccio parte della mia comunità parrocchiale S.Maria Assunta in
Sarcedo fin dalla nascita. Nella parrocchia sono inserita nel gruppo
missionario, nel canto, nel consiglio pastorale, nei ministri dell’Eucarestia.
In questi gruppi oltre al servizio mi si chiede un po’ di animazione
spirituale. Nel gruppo missionario si cerca di sostenere i missionari della
parrocchia, si sostengono progetti mirati e adozioni a distanza attraverso
iniziative varie per raccogliere fondi. Ma molto importante è tenere viva in
parrocchia la sensibilità missionaria per una conversione continua degli stili
di vita. Con il canto animiamo le messe
domenicali e altre celebrazioni liturgiche. Come ministro dell’Eucarestia
aiuto il celebrante nel dispensare la comunione nelle messe domenicali e al
bisogno nel portare la comunione ai malati e anziani. Nel consiglio pastorale
si attuano delle decisioni comuni per il cammino pastorale della parrocchia e
si cercano in una riflessione comune le linee pastorali per la crescita della
comunità. In questo tempo la mia presenza in parrocchia è limitata per
l’impegno nell’assistenza della mamma. In diocesi sono presente nel
coordinamento degli istituti secolari e nella pastorale vocazionale.
- Lavori in contatto con i Gesuiti?
Da quanto tempo? Quali impegni svolgi? Dove senti che potresti condividere le
tue competenze?
Con i Gesuiti collaboro del 1999 nel campo degli esercizi
spirituali ignaziani nella vita ordinaria. Ho avuto la grazia di fare questi
esercizi spirituali nel biennio 1995-1997 con un gesuita. E’ stato un percorso
che mi ha dato molto anche nel campo formativo spirituale e che ha integrato la
mia formazione nella compagnia missionaria. In loco nel raggio di alcuni
chilometri assieme ad un’altra guida animiamo questi corsi di esercizi
spirituali della durata di due anni, mensilmente ci incontriamo con il gruppo
di guide della zona per la supervisione. Anche questo è un tempo formativo dove
lavoriamo su contenuti biblici e ignaziani. Gli esercizi ignaziani sono una
forte esperienza di Dio che mi hanno segnata profondamente nel vivere la
relazione con Dio nella preghiera vissuta alla luce della Parola di Dio nel
contesto della vita quotidiana. La pedagogia ignaziana aiuta con un metodo, con
un modo di procedere, con il discernimento e questo mi aiuta ad essere attenta
agli appelli alle chiamate di Dio dentro la storia, dentro il nostro tempo. Attenta ai movimenti del cuore. Credo
che questi aspetti siano di valido aiuto proprio per noi laici consacrati nel
mondo: attenti ai movimenti del nostro cuore davanti alla Parola di Dio e alle
realtà in cui ci troviamo inserite.
- Con i Dehoniani? Ci sono
relazioni significative? Quali?
Con i Dehoniani ci sono
rapporti di amicizia sporadica. Con qualcuno c’è stata qualche piccola
collaborazione nell’animazione della giornata missionaria nella mia parrocchia.
I limiti sono dati dalle distanze e dal poco tempo a disposizione per coltivare
relazioni e attività comuni.
- Che rapporto hai con il
territorio? Con le varie realtà che ti circondano?
Sono attenta alla realtà del territorio. Nel limite del possibile
partecipo a qualche iniziativa nel volontariato dove metto a disposizione le
mie competenze infermieristiche. A questo scopo proprio il 19 dicembre u.s. mi
è stato assegnato il 26mo premio della bontà da parte di un’associazione
sportiva con il sostegno del comune. La motivazione riguardava il servizio alla
comunità parrocchiale e l’impegno verso le persone bisognose.
- Cosa vorresti comunicare a tutta
la CM?
Non ci resta che amare!!!!!!!!
- Hai qualche sogno nel cassetto?
Un po’ di spazio per me, in questo tempo è proprio poco e si
rischia di perdere il contatto con se stessi e con Dio. E poi partecipare ad
una S.Messa di Papa Francesco a S.Marta…..

consulta delle responsabili
LUOGO DI ASCOLTO, DIALOGO E VERIFICA
La cosiddetta Consulta, che già il nome stesso fa pensare a una consultazione, a un incontro dove ci si consulta, ha visto la partecipazione di tutte le Responsabili dei gruppi dove sono presenti le missionarie a parte qualche eccezione in cui c’è stata qualche delega.
Lo scopo della Consulta è stato quello di trovarsi insieme alcuni giorni per “consultarsi” appunto su specifici tematiche relative ai cammini dei gruppi. Quest’anno si è tenuta a Monguelfo privilegiando questa nostra casa, non solo perché c’era l’aria fresca della montagna ma soprattutto perché ci è sembrato un luogo un po’ più “nostro” dove poterci incontrare.
A questo appuntamento oltre che alle Responsabili c’erano, come sempre, anche i membri del Consiglio Centrale e p.Albino che ci ha accompagnato fin dal primo giorno!
Cosa abbiamo fatto? Innanzitutto c’è da premettere che le Responsabili sono arrivate a questo incontro dopo una lunga preparazione e un lavoro significativo fatto con il proprio gruppo su una griglia di domande e di questioni che il Consiglio Centrale aveva fatto pervenire almeno diversi mesi fa! I gruppi delle missionarie, sparse nei diversi continenti, hanno lavorato e hanno dato il loro prezioso contributo per la buona riuscita di queste giornate. Le giornate sono state scandite da momenti celebrativi, ascolto le une delle altre, un momento formativo iniziale tenuto da una consacrata di un altro Istituto secolare, da momenti di fraternità molto semplici ma anche molto graditi.
L’arte di discernere
Il tema? Il lavoro di quei giorni e il lavoro che i gruppi hanno fatto durante l’anno ha avuto come domanda di fondo: “Cosa il Cuore di Cristo ci sta chiedendo a noi (istituto e gruppi) in questo momento storico ed ecclesiale?”
Rispondere a questa domanda sembra facile ma in realtà ci siamo accorte che le sfide sono davvero tante e che la complessità del mondo spesso ci provoca a ridare sempre risposte nuove alle diverse realtà dove siamo inserite.
Forse però la questione più importante che ci ha fatto riflettere è stata più interna che esterna cioè ci siamo preoccupate anche di guardare la nostra realtà interna perché se funzionano le dinamiche interne, se i rapporti sono sereni, se riusciamo a trovare un ‘intesa all’interno dei nostri gruppi allora anche il mondo fuori lo vediamo con occhi diversi.
Qualche tempo fa ho trovato una frase in uno dei tanti libri di Anselm Grün che dice: “...Dipende da noi raggiungere la felicità. La vita è dunque un‘arte? Sì, dipende da noi apprenderla...Qual’è il segreto? Risvegliarsi a ciò che è davvero importante. Sapere fare delle pause invece che farsi prendere dalla frenesia...lasciar maturare le cose e cercare il proprio ritmo. Trovare la giusta misura in tutte le cose... fare ciò che giova al corpo e allo spirito. Guardare se stessi e gli altri con occhi più indulgenti…l’arte della vita consiste in questo: scegliere di vivere la vita in profondità e restare aperti alle sorprese che la vita offre a tutti e a tutto. Ogni giorno!"
In un secondo momento ho trovato quest’altro messaggio che recita così. “Prima di cambiare il mondo dobbiamo saper cambiare noi stessi, e quando abbiamo cambiato noi stessi abbiamo già cominciato a cambiare il mondo”…sembrano quelle belle frasi così quasi poetiche, ma che in realtà sento molto molto concrete. Cosa centra questo con la nostra Consulta? Centra perché il riflettere insieme sulle nostre dinamiche per vedere cosa possiamo migliorare di noi stesse, cosa funziona meglio e/o cosa c’è da modificare all’interno dei nostri gruppi ci permette di avere occhi nuovi anche nei confronti della realtà. Tutti sappiamo che quando i rapporti relazionali all’interno di una famiglia funzionano tutto il resto va un po’ da sé, ma quando le relazioni risultano complicate, difficili, quando non ci si intende più, quando si va per i fatti propri, quando non c’è comunione, quando manca fiducia, quando si fa molta fatica a dialogare e ad ascoltarsi allora non c’è realtà che tenga!! Il nostro istituto, come ogni realtà di vita consacrata, è una piccola/grande famiglia dove a tenerci in piedi sono il carisma e la spiritualità che ci accomuna. Per vivere bene però sia la missione affidateci, qualunque essa sia, e la nostra appartenenza ai nostri gruppi è necessario molto ascolto, e molto dialogo costruttivo.
La nostra relatrice che ha aperto i lavori della consulta ci ha proprio aiutato a recuperare alcune dimensione importanti e fondamentali non solo per la nostra vita, ma ritengo anche per quella di tutte le persone di questo mondo: recuperare il dialogo e l’ ascolto reciproco!!
Dialogare
«…Se guardiamo le definizioni che vengono offerte riguardo alla parola “dialogo”, notiamo come alcune mettono in evidenza la capacità dei soggetti di svolgere, in modo adeguato ed interscambiabile, i due ruoli dell’emittente e dell’ascoltatore. Altre definizioni, invece, come nel testo di Nowen “Viaggio spirituale per l’uomo contemporaneo”, sostengono che comunicare, in un dialogo, non è solo un mezzo per farsi capire da un’altra persona, ma, anzitutto, rivelazione di sé a se stessi; non è un semplice dare informazioni su degli eventi, ma soprattutto, rivelazione di sé ad un’altra persona. Altre definizioni insistono sull’importanza dell’oggetto di cui si parla, altre sottolineano l’aspetto relazionale presente nel dialogo.
Tutte queste definizioni sono diverse, ma complementari: ognuna dice una verità ed una verità importante per definire il dialogo e le sue modalità.
In un dialogo è molto importante la parola, che è l’espressione più propria dell’io e della sua tensione ad entrare in contatto con un tu; è la testimonianza del suo costante bisogno di capire e di farsi capire. L’uomo può fare a meno di tante cose, ma non di qualcuno con cui parlare.
Molte difficoltà nella comunicazione, e nel dialogo in particolare, dipendono dalla scarsa conoscenza dell’evento “parola”.
La parola non è solo segno verbale o scritto, ma è anche silenzio, è cenno, è sguardo, è ascolto e può essere espressione oppure barriera alla nostra interiorità.
Quando nessuno ci ascolta entriamo in una situazione di profondo disagio, che ci chiude nella nostra solitudine. La parola ha infatti l’ambivalenza di far stare bene la persona, oppure di prostrarla nella desolazione. Per questo il parlare, quando non sia un chiacchierare disimpegnato, è sempre difficoltoso: parlando ci esponiamo alla duplice possibilità, di essere ascoltati e quindi valorizzati, oppure di essere rifiutati. Esporsi ad un altro con la parola significa chiedergli ospitalità; essere ascoltati significa trovare ospitalità.
Il dialogo è fatto di molte cose, di quello che si dice e di quello che si fa, della parola e del gesto. Colui che parla lo fa attraverso dei messaggi che manda all’ascoltatore, usa dei codici, codifica quanto ha nel pensiero, consciamente o inconsciamente. E lo codifica con la parola, ma anche con il gesto.
Colui che ascolta deve essere capace di comprendere, di decodificare quanto viene detto. Poi, a sua volta, risponde, fa capire se ha ricevuto il messaggio ed invita o dissuade a continuare il rapporto. Quindi il dialogo è fatto inevitabilmente di messaggi scambiati, che vanno e vengono in continuazione. Il rapporto si stabilisce correttamente quanto più siamo in grado di esprimere in modo corretto quello che vogliamo esprimere e quanto più siamo in grado di comprendere in modo corretto ciò che ci viene detto.»
Ascoltare
«All’interno del dialogo assume un’importanza rilevante l’aspetto dell’ascolto.
E’ interessante notare che anche Dio ascolta. Ed ascolta, in particolare, coloro che parlano e gridano, e non trovano orecchie che siano disposte ad ascoltarli. Così Dio ascolta Agar (Gn 16,11), Israele (Es 3,7-8), il povero (Es 22,26), l’orfano e la vedova (Es 22,22). E Gesù proclama beati coloro che ascoltano (cf Lc 8,19-21; 11,27-28). E Giacomo ammonisce: “Ognuno sia pronto ad ascoltare, lento a parlare” (Gv 1,19).
Uno degli aspetti più sconcertanti della nostra società è che non ci si ascolta a vicenda. Nessuno ha tempo per ascoltare.
I mezzi di comunicazione di massa, per il numero di messaggi che ci offrono e per il modo stesso con cui ne fruiamo, non solo stanno rubando sempre più spazio al silenzio, ma “rapinano” letteralmente i tempi ed i modi dell’ascolto.
Pensiamo al modo distratto con cui molte persone ascoltano la radio, mentre sbrigano le faccende o fanno di uno stereo il sottofondo sonoro delle loro letture e il modo con cui guardano e ascoltano la televisione. Sommersi come siamo, anche per le strade, da una infinità di messaggi, sopravviene una specie di difesa. La persona non si impegna più ad un vero ascolto che la costringerebbe a selezionare le informazioni.
Credo sia capitato a tutte di assistere a “dialoghi tra sordi”, quando ognuno dei due interlocutori segue imperterrito la sua linea di pensiero, senza tener conto delle ragioni dell’altro. E forse ci è capitato anche di constatare certe pessime abitudini, come quella di interrompere colui che parla, o dimostrare impazienza, noia, disapprovazione o rifiuto di fronte a ciò che una persona dice, o di fare altro mentre una persona sta parlando, o di presumere di sapere già in anticipo il contenuto dell’intervento di qualcuno, ecc.
Dobbiamo ammettere che spesso facciamo fatica ad ascoltare fino in fondo colui che parla; a rimanere silenziose ascoltando un intervento o accogliendo chi ci rivolge la parola; a dare tempo senza lasciarci dominare dalla fretta o dalla impazienza; ad esprimere con tutto l’atteggiamento, anche fisico, l’interesse per la persona.
Certamente ascoltare è difficile, poiché significa essere attente a ciò che una persona dice e riconoscere, dietro le parole, la persona che pensa, che ama, che desidera, che soffre, che si sfoga, che cerca comprensione, ecc. E ciò porta non solo ad ascoltare quanto una persona dice, ma anche a come lo dice, alla scelta delle parole, al loro ritmo, al tono, ai gesti, all’espressione del viso di chi si ha di fronte. Allora ascoltare è lasciare che l’altro entri nella nostra vita, stabilendo una certa intimità con lui, perché si possa rivelare a noi. Ascoltare non significa “sentire”, ma è lasciare che l’altra parli di sé, si manifesti (senza imporre che si manifesti). Ascoltare è entrare in sintonia, in modo tale che l’altra si senta capita, sia che noi le rispondiamo, sia che non diciamo neppure una parola. Ascoltare è perciò fare silenzio dentro di noi, facendo tacere le nostre preoccupazioni, la nostra fretta, il nostro tempo, i nostri programmi.
Dobbiamo rieducarci al silenzio, in questo contesto sociale di grande “bla-bla” in cui tutti parlano e troppo pochi ascoltano.
L’ascolto dell’altra porta ad incontrare il mondo dell’altra: ecco perché è delicato.
Ma l’ascolto porta ad incontrare anche la sua diversità: ecco perché è difficile. La diversità non è facile da cogliere, perché la persona che conosciamo meglio, anche se non bene, siamo noi stesse e per conoscere l’altra partiamo da noi stesse e ci rifacciamo alla nostra esperienza.
Ascoltare l’altra significa darle ospitalità, prenderla sulle nostre spalle, portare il suo peso, lasciarla entrare dentro di noi.
Che cosa ci manca forse oggi? Penso ci manchi l’orecchio. In un libro ho trovato scritto le parole di una grande santa musulmana, di nome Rabia, che invitava ad affinare l’orecchio, tanto da renderlo capace di cogliere il rumore delle lacrime delle persone amate. Può essere un insegnamento da imitare. O forse l’autore suggeriva si possono ridurre le aspirazioni. Forse ci si può accontentare di un orecchio in grado di sentire le parole delle persone amate.
A volte ciò che spaventa maggiormente è il fatto che, quando ospitiamo una persona, essa entra in casa nostra, ci conosce di più e ci scopre. Ed ognuna di noi, nei confronti dell’altra, è molto indifesa e si sente vulnerabile. Abbiamo paura che l’altra, entrando dentro di noi, ci possa fare del male.
Possiamo concludere con le parole di Bonhoeffer: “Chi crede che il suo tempo sia troppo prezioso per essere perso ad ascoltare il prossimo, non avrà mai veramente tempo per Dio e per il fratello, ma sempre e solo per se stesso, per le sue proprie parole, per i suoi progetti… Chi non sa ascoltare il fratello ben presto non saprà neppure più ascoltare Dio; anche di fronte a Dio sarà sempre lui a parlare. Qui ha inizio la morte della vita spirituale”.»(M.R.Z. membro di un istituto secolare)
Mi sembra che dopo aver ascoltato, letto e riletto questo, non ci sia molto altro da aggiungere se non cominciare nel nostro piccolo quotidiano a raffinare la nostra capacità di ascolto e di comunicazione perché solo così, anche la nostra missione, trova la sua espressione più serena e più libera perché cercata, dialogata e ascoltata insieme a contatto con la realtà dove siamo inserite.
I giorni sono davvero trascorsi così in un clima di ascolto e di dialogo, di fraternità, di presentazione dei nostri gruppi, di vita quotidiana molto semplice. Ci auguriamo che quanto vissuto a Monguelfo tra le Responsabili possa avere una ricaduta positiva nei rispettivi gruppi per vivere al meglio la missione che ogni gruppo è chiamato a vivere.

uno spazio fraterno e di rinnovamento
Ogni Consulta CM, a cui fino ad oggi ho partecipato, è stata sempre uno spazio di re-incontro, di crescita e rinnovamento. E questo perché anzitutto ogni Consulta provoca ogni gruppo a prepararsi con la riflessione e la preghiera. In secondo luogo, il confrontarci ci porta a vedere in che modo ciascuna di noi sta incarnando il Sogno di Dio nel quotidiano. In terzo luogo, lo spazio formativo che abbiamo vissuto durante la Consulta ci ha messo in questione ed esige una risposta.
Spesso mi domando: Come e quanto offriamo il nostro carisma ai nostri fratelli oggi? In che modo la nostra fedeltà sia a livello personale che di gruppo incide in tutto quello che siamo e condividiamo? E fino ad oggi, con l’aiuto del Signore, ho scoperto in crescendo che è molto quello che la nostra vita consacrata può offrire.
La Consulta è stata molto valida perché abbiamo avuto il tempo per ascoltare ciascuna Responsabile che ha presentato la vita del proprio gruppo, scoprendo così le ricchezze, ma anche le sfide presenti in ogni gruppo e come si vivono. Ci ha aiutato molto, per crescere nella comunione e nella comprensione reciproca. La relazione di Maria Rosa Zamboni è stata molto positiva. E’ un materiale che richiede riflessione e preghiera in ogni gruppo,
La presenza di p.Albino Elegante ci ha riempito di gioia perché con la sua semplicità in ogni omelia ci ha ricordato gli aspetti essenziali del nostro carisma, invitandoci ad un vero rinnovamento.
La vita di gruppo come tema centrale mi ha convinto ancora di più che è essenziale che nel proprio gruppo si vivano quei valori che chiediamo agli altri di incarnare e che la fedeltà al carisma deve essere testimonianza viva dell’amore, della comunione e dell’oblazione. Niente di quello che facciamo, per molto che sia, avrà forza ed efficacia se non lo viviamo anzitutto nel gruppo e non ci lasciamo vincere dallo scoraggiamento, anzi cerchiamo di essere sempre pronte a ricominciare ogni volta che manchiamo, fiduciose nella Grazia che solo Lui ci dà.
Abbiamo bisogno di approfondire la relazione di Maria Rosa Zamboni e di convertire il nostro cuore a quei valori da lei indicati: condividere i beni dello spirito; il senso di appartenenza; l’amore e il valore dell’ascolto; il dialogo vissuto con attenzione e stima. Un aspetto segnalato da Maria Rosa e che sento importante riscoprire come valore è quello della fragilità, perché l’avevo sempre considerato come difficoltà da superare e non come risorsa da cui partire per amarci e fare insieme un cammino di aiuto reciproco per superarla con la pazienza e la carità, così che diventi strumento di redenzione.
Nelle conclusioni è emersa la proposta di indire all’interno del nostro Istituto un anno della Riconciliazione e un anno della Benedizione. Mi pare molto opportuno che lo facciamo perché sanando le ferite mediante la riconciliazione potremo diventare tutte una benedizione per gli altri, perché la nostra vita riconciliata sarà una testimonianza di quell’Amore e di quella gioia di cui il mondo ha tanto bisogno.
Ringrazio il Signore che mi ha permesso di condividere questa esperienza e Gli chiedo l’aiuto perché possiamo trasmetterla con fedeltà ai nostri gruppi per incarnarne tutta la sua ricchezza .
